mercoledì 9 luglio 2008

la poesia dell'estate

Michele ha comprato
una casa in città
E sa che di pagarla
un giorno finirà
Ma intanto è in vacanza
sul lago di Aral
Si sta prosciugando,
ma lui non lo sa

Lui pensa ai suoi vecchi
Lasciati in città
Che fermi ad un banco
del supermercato
Fanno amicizia
Con del pesce congelato.

Intanto si tuffa
nel lago salato
Ricorda il suo cane,
che l’ha abbandonato
Il mutuo e le tasse
pagare dovrà
Con uno stipendio
che ancora non ha.

Si sente sconfitto
da una società
Che lo vuol triste,
e disoccupato
In vacanza su un lago
prosciugato

venerdì 4 luglio 2008

sabato 28 giugno 2008

fatalità

Senza alcuna certezza, il nostro si dirigeva verso un futuro che nessuno si sarebbe mai immaginato per lui. Decise che quello che stava per compiere era inevitabile, dettato da un'entità superiore, non procrastinabile; fu così che prese la lametta, e si avviò in bagno. Allo specchio, diede un ultimo saluto al volto che tutti avrebbero sempre ricordato.

Una lacrima solcò il suo viso, mentre agitava la schiuma da barba.

mercoledì 11 giugno 2008

sicuramente giovane

C’era una volta uno sicuramente giovane, ma tendenzialmente poco propenso a una qualsiasi forma d’interesse verso i fatti propri. Ebbene, questo sicuramente giovane provava un forte senso di nausea ogni qualvolta gli si presentava davanti una scelta: che si trattasse di decidere tra il rosso e il nero, tra cane e gatto, tra cesso e bidet, puntualmente vomitava in entrambi. Era turbato da questa sua reazione, e in effetti invidiava anche un po’ gli altri sicuramente giovani che prendevano sempre decisioni chiare e sambuca molinari senza per altro vomitare. Ma in fondo questa sua situazione non gli dispiaceva poi troppo, nel senso che poteva facilmente esimersi da decisioni importanti, e quindi tendenzialmente cagacazzi, semplicemente vomitando. La morale della favola, se questa è una favola, e se c’è una morale, sarebbe che, praticamente, l’unica cosa sicura è che si è giovani, poi ci doveva essere qualcosa sul vomito e le decisioni che non si prendono, però non mi viene in mente.

lunedì 2 giugno 2008

Noi Puffi siam così (marxisti)

Generazioni di bambini non hanno potuto fare a meno, nelle lunghe ore trascorse in balìa della baby sitter preferita dalla società del consumo, di inciampare e ritrovarsi nel magico mondo incantato dei Puffi.

Grande Puffo in una posa
di autocompiacimento
I Puffi, allegri esserini alti su per giù due mele o poco più, vivono la loro esistenza in un bosco da qualche parte dell’Europa; posto ciò, il nostro obiettivo è quello di analizzare come si svolgeva la loro esistenza. Innanzitutto è necessario constatare che tutti i Puffi si assomigliano: maschi, nani, pelle blu, cappello e calzoni bianchi, e solo qualche accessorio personale che ne definisce il carattere. I Puffi riproducono gli archetipi della gente comune: c’è Puffo Pigrone, Puffo Burlone, Puffo Inventore, Puffo Golosone e via dicendo. L’amena comunità di gnomi è sapientemente guidata dal saggio Grande Puffo: 542 anni, cappello rosso, lunga barba bianca e tutta l’aria di chi da giovane si è fatto un mazzo così per portare avanti la baracca. Bene, sarebbe fin troppo facile accostare la figura del Grande Puffo a quella di Lenin o Marx, e in effetti andando ad esaminare le abitudini e lo stile di vita dei puffi, questa similitudine risulterà addirittura ovvia. Ma andiamo a vedere: nella società dei Puffi non esiste denaro e vige la condivisione dei beni, ognuno è utile alla comunità nel piccolo della sua peculiare abilità, nessun puffo, neanche il più idiota, viene emarginato ed è dunque immediato pensare che nel villaggio dei Puffi si realizzi inevitabilmente l’utopia trasmessa dal motto "Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni". E’ fondamentale a questo punto notare che nella lingua ufficiale dei puffi esiste un solo verbo: puffare. Il nostro amico blu cappelluto non martella, non cura, non si ingegna, lui puffa: i nani saltellanti non fanno alcuna distinzione tra attività manuali e intellettuali, entrambe hanno la stessa identica importanza, non sono scindibili, l’una dipende dall’altra. D’altra parte Puffetta svolge il lavoro più sacro, quello che non può avere mai nessun prezzo, la missione di prendersi cura di tutti i compagni Puffi, affamati o ingrifati che siano, e non a caso è l’unica femmina. In quest’ottica si può tranquillamente accostare la figura di Quattrocchi a quella di Trotsky, ma non abbiamo ancora trattato la questione Gargamella.

Gargamella, nella sua immensa malvagità, ha un solo scopo nella vita: quello di catturare i Puffi per trasformarli in oro. C’è bisogno di spiegare ancora? Va bene…Il brutto stregone incarna lo spirito del capitalismo (ma va!), il suo destino è quello di inficiare il meccanismo perfetto del Socialpuffismo per ricavare dal lavoro dei puffi quel maledetto plusvalore, unica fonte del profitto, la cui realizzazione ed accumulazione costituiscono il fine essenziale del capitale.

sabato 24 maggio 2008

il contatto con la realtà

Ho perso il contatto con la realtà, non dico nulla di nuovo. Non permetterei mai a nessuno di influenzare una scelta che riguarda me in maniera diretta o meno. Belle parole, certo, tanto belle quanto false; non sono più in grado di capire cosa è meglio per me, per noi. Non ho il controllo delle mie libertà, non ho scampo nella trappola costruita su misura per me. È inutile inveire in maniera indecorosa contro qualcosa che non sai nemmeno se esiste, di fatto non sei nulla, un nulla in un mondo vuoto: curiosamente, una volta che si riesce a capire ciò la cosa si complica in maniera esponenziale, prende una piega che neanche la persona che più ti odia potrebbe augurarsi per te. Non sei più in grado di agire, né di reagire, non riesci a proferire parola, non vuoi o non puoi. Sai che ogni cosa che fai e non fai può ritorcersi contro di te in maniera mille volte peggiore, sei vittima delle tue stesse azioni, incapace di eseguire un comando, di meditare, di concepire qualcosa, di vivere. Allora decidi che è il momento di finirla, di cambiare aria, di cambiare tutto, non riusciresti a convivere un minuto di più con questa apatia, ti dici che saresti disposto a tutto pur di rompere col presente e col passato, faresti di tutto ma al momento ti manca la voglia, prevale il sentimento di noncuranza che , diciamocelo, ti accompagna da una vita. Non riesci più a ridere, non riesci più a scrivere, fai la spola dal letto al frigorifero. Vorresti commettere un reato, ma di quelli grossi, mica fesserie da qualche mese di carcere; roba seria, da far impugnare le armi a un gruppo di persone, trascinarli con te a seguire un ideale probabilmente fasullo, ma che sai che può tenerti in vita: cerchi convinzione nel numero, certezza nel gruppo, non puoi fare a meno di credere in un progetto che trovi sostegno di qualcosa, qualcuno. Persegui i tuoi obiettivi, credi nei tuoi mezzi, non ti arrendi alle prime difficoltà, forse alle seconde, di sicuro alle terze o fai finta di niente, ti escludi dal mondo, leggi sempre lo stesso libro, non cerchi distrazioni, alternative. Ti convinci della bontà dei tuoi atti, riesci a convincere gli altri, continui a portarli con te verso un traguardo, un punto limite, fittizio, almeno fino a che non risulteranno un peso morto, fuorviati, loro, da altri pensieri, da misere preoccupazioni giornaliere. Uccideresti, per riuscire a preoccuparti, venderesti l’anima a diavolo se non scoprissi che tu sei un diavolo, un essere che non vuole appartenere, ma allo stesso tempo ne ha bisogno, un bisogno impellente, che lo porterà alla follia prima che possa rendersene conto.